Il Razzismo? Inizia dalla politica!

Non credere a chi dice 'non sono razzista' perché, in fondo, siamo tutti razzisti...

Sezione:

Considerazioni

Il razzismo si potrebbe definire come la manifestazione della consapevolezza, presunta o reale, di una differenza generalmente sociale, fisica o culturale. Il razzismo non è automaticamente una manifestazione d'odio ma al contrario può generare odio e violenza, per esasperazione dei fatti o di ideologie. Non esiste di fatto, come vedremo, la persona non razzista: esistono i razzisti non violenti e i razzisti al contrario, coloro che si ritengono non razzisti essendo a loro volta razzisti.

Partiamo dall'esempio più semplice e incontestabile: il razzismo sessuale. Uomini e donne sono diversi sotto diversi aspetti, ma due di queste diversità sono incontestabili: la differenza fisica e quella riproduttiva. Per dirla banalmente, il maschio ha il pene e la femmina la vagina. L'uomo penetra, la donna viene penetrata, l'uomo feconda con una scopata, la donna porta in grembo per 9 mesi e partorisce, con dolore. Differenze che si insinuano nelle menti tanto dell'uomo quanto della donna, portando inevitabilmente a diverse correnti di pensiero: nascono così i maschilisti e le femministe, i principi azzurri e le principesse, etc. Il discorso si amplifica e si trovano diverse idee, dalla donna multitasking contro l'uomo che sa fare una cosa alla volta, fino all'uomo playboy e alla donna mignotta. Che piaccia o no, notare una qualunque differenza tra uomo e donna e attribuire ad essa una differenza sul piano sociale Può essere considerata una forma di razzismo. Diventano così razzismo, paradossalmente, le quote rosa, la maternità obbligatoria fino allo sbilanciamento nelle sentenze di affido minorile o di attribuzione di case e assegni di mantenimento nelle separazioni.

Se accettiamo questo livello di razzismo, allora non dovremmo sorprenderci di qualunque altro.

Ma c'è un altro esempio altrettanto incontestabile: il razzismo religioso. Le religioni sono differenti sotto diversi aspetti, tranne che per uno: ognuna si ritiene superiore, ognuna considera blasfemi o almeno infedeli gli altri, in ognuna c'è una verità assoluta e chi non la segue o è espressione del male, del demonio. La religione nasce cioè come massimo assioma razzista verso chiunque non creda e non obbedisca alle presunte leggi divine. Ed è così che nascono i vari "a morte gli infedeli", le crociate, i roghi della Santa Inquisizione, il terrorismo islamico e così via.

C'è quindi il razzismo culturale, quello che contrappone i gruppi di persone caratterizzati da culture diverse. L'esempio più facile, almeno in Italia, è quello dei rom: l'Italia è una Repubblica fondata sul Lavoro - recita il primo articolo della Costituzione - mentre il popolo rom è un popolo che rifiuta il concetto di lavoro. Come possono convivere assieme queste due culture? Semplicemente non possono, ed è questo il motivo per cui si crea una contrapposizione tra chi ritiene che si possa realizzare la convivenza tra i due modelli e chi invece ritiene che così non è. E qui, come nella religione, è facile intuire come si possa raggiungere esasperazione e quindi odio e violenza, e cioè con l'imposizione forzata della convivenza. Perché se ad un popolo che non accetta una contaminazione culturale la stessa viene imposta, allora il popolo si sente invaso, si sente privato dei suoi valori culturali e reagisce con la stessa violenza che ritiene di subire sotto forma di imposizione. Con questo non dico che sia giusto, dico solo che è quanto accade.

Altrettanto innegabile poi è quindi il razzismo sociale, quello che contrappone i ricchi ai poveri. E' difficile capire questa forma di razzismo ma se ci si sforza ad immedesimarsi, allora forse si riesce a comprenderne le cause. Ad esempio i ricchi tendono a vedere i poveri come trascurati igienicamente e culturalmente, sprovvisti di regole di bon ton e in genere di qualunque etichetta, con un cattivo o inesistente senso estetico e in genere anche come scansafatiche che non subiscono la povertà ma la accettano preferendola al lavoro o come conseguenza alla propria assenza di valore sociale. Al contrario, il povero vede il ricco come un usurpatore, come un privilegiato che non merita probabilmente ha sempre rubato nella vita. Il povero invidia il ricco e vorrebbe vivere di rendita come lui, e questi sentimenti spesso li riflette anche verso la classe media, colpevole di stare 'abbastanza bene'.

Si arriva quindi al razzismo etnico, quello che storicamente ha maggior fondamento di esistere a causa di una più spiccata differenza fisica e di una maggior ignoranza. E' il razzismo del bianco verso il 'negro' così come degli indiani d'America verso i 'visi pallidi' e così via. Un razzismo che si basa sull'evidenza di diversità fisiche - quelle che un tempo venivano appunto definite 'razze' - alle quali veniva attribuita una diversità anche interiore, di valore etc. Un razzismo storico molto ridimensionato, grazie al mescolamento delle etnie, ma che proprio per questo motivo tende ad accentuare la sua forma. Questo anche perché le etnie, soprattutto quelle storicamente più deboli, cercano di valorizzare se stesse (e.g.: il Black Power) mentre le controparti non accettano questi proclami di superiorità. Cioè non ci si incontra sull'uguaglianza ma si procede con un 'razzismo al contrario'.

E a proposito di razzismo al contrario, un esempio lampante è il razzismo sulla sessualità. Gay, lesbiche e trans, da una parte affermano di lottare per la parità, dall'altra pretendono una sorta di riconoscimento di superiorità. Questo aspetto è più difficile da spiegare, ma nel momento in cui si chiede di ridurre il sesso anagrafico ad una autodichiarazione, di definire una famiglia come una 'formazione sociale fondata sul denaro' - con le unioni civili unita alla pratica dell'utero in affitto -, di vietare i termini 'padre/papà' e 'madre /mamma' nelle scuole, allora è evidente che è in atto un conflitto per determinare una nuova lettura sociale che prevarica una tradizione millenaria e una serie di ruoli naturali come appunto quelli di padre e madre. Se si pensa che si era partiti dal diritto di amarsi e di non subire discriminazioni, mi sembra evidente che si è fatto il passo più lungo della gamba, ottenendo qualcosa di estremamente diverso dalle premesse.

C'è quindi il razzismo tribale una variante del razzismo etnico in cui non è la conformazione fisica a fare la differenza ma l'appartenenza o meno ad una cerchia. E' il razzismo che vedeva contrapposte tra loro le varie tribù indiane, ad esempio, o ancora il razzismo che vede l'eterna lotta tra terroni e polentoni, per fare un esempio. E' anche il razzismo che contrappone grillini e non grillini, in campo politico italiano. E' anche il razzismo dei vegani verso i non vegani, chiamati 'mangiacadeveri' con una ostentazione di violenza verbale che è solo il primo passo verso quella fisica.

Esistono anche il razzismo estetico - belli vs brutti, grassi vs magri, bionde vs brune - e così via infinite altre forme di razzismo, ma ci fermiamo qui.

Per quanto possa sembrare strano, ogni aspetto sociale, culturale e fisico comporta la creazione di punti di vista differenti. Ma possiamo pensare che un punto di vista differente è razzismo? Se così fosse l'unica arma per combattere il razzismo sarebbe la conformazione di pensiero, il 'monopensiero'. Ma anche in questo caso resterebbero le differenze fisiche e allora si rischierebbe un percorso simile a quello del mio vecchio racconto Il trionfo dell'uguaglianza. Oppure è razzismo quando c'è violenza? E se si, fisica o verbale?

Il vero problema è che oggi le persone si definiscono razziste a caso, senza nemmeno sapere cosa è il razzismo. Una forma di razzismo perbenista, in cui chiunque in un contesto razzista non sposi la fazione considerata giusta dai 'benpensanti', una sorta di razzismo radical chic che si contrappone al 'becero' razzismo di strada. Insomma, siamo arrivati al punto in cui razzista è sinonimo di anticonformista rispetto ad un ben preciso orientamento politico. Una sorta di 'fascismo al contrario'.

Ma noi vogliamo andare oltre. Proviamo quindi a definire il razzismo. Dipendesse da me, aiutandomi con un dizionario, definirei razzismo ogni tendenza suscettibile di assurgere a teoria o di esser legittimata dalla legge che tenda a prevaricare una parte sociale a favore di un'altra e in contraddizione all'etica. Il problema di questa definizione è che dipende da un'altra definizione non esistente: l'etica. Senza un'etica universalmente condivisa, non può esistere una definizione chiara del razzismo.

Potremmo dunque provare a ridefinire il razzismo come ogni ideologia che tenda a introdurre discriminazioni in un contesto di diversità. Questa definizione è molto più interessante perché parte da una consapevolezza che gli "anti-razzisti" fingono di ignorare: la diversità. Rispetto alle premesse, cioè, occorre definire il razzismo non più come consapevolezza della differenza ma in funzione di quanto consegue a tale consapevolezza.

Non si può dire cioè che siamo tutti uguali, perché non è affatto vero; si può invece dire che siamo diversi ma che le nostre diversità non hanno una scala di bontà, non esiste cioè l'aspetto migliore e quello peggiore. Laddove in un contesto si crea un discorso di questo tipo, allora tutto il contesto è razzista e come tale va vietato. Facciamo alcuni esempi: la religione è razzista, il veganismo è razzista e - non me ne vogliano i grillini - anche la corrente politica che sostiene di essere migliore per definizione è razzista.

Diventa razzista la legge che pone differenze potenzialmente prevaricanti tra uomo e donna - quote rosa ma anche maternità obbligatoria, che sarebbe superata se ci fosse anche la paternità obbligatoria - ma anche la legge che rende i ricchi migliori dei poveri - vedi utero in affitto - o ancora la legge che rende una 'formazione sociale' diversa dall'altra. Sull'ultima affermazione vado controcorrente: il problema infatti non è nell'unione civile ma nel matrimonio per come è concepito oggi; tuttavia non voglio addentrarmi in questo argomento.

E allora rispetto a tutti i temi ecco che si possono scorgere diverse soluzioni per evitare che una differenza scateni in razzismo. Per il razzismo culturale, ad esempio, si dovrebbe cercare di uniformare il senso di etica e la cultura il più possibile, si dovrebbe cercare di avere società che si fondano sugli stessi pilastri: questo è il compito di una politica realmente comunitaria. Per il razzismo sociale, occorrerebbe ridurre il divario tra ricchi e poveri e non incentivare i poveri a rivalersi sui ricchi quasi a titolo di risarcimento della propria situazione.

E' evidente cioè che serve investire in cultura, nella scuola ma soprattutto nella definizione di un'etica condivisa e anche nel concetto di comunità, per andare oltre il razzismo tribale. Se ogni comunità si basa sul bilanciamento tra diritti e doveri e sull'uguaglianza allora nessuno avrà paura di contaminazioni da parte di altre comunità, perché tutti saranno uguali, tutti saranno ingranaggio funzionante di un meccanismo analogo e non sassi pronti a rompere il giocattolo.

E' difficile pensare che siamo tutti razzisti, ma è così. Anche - se non soprattutto - chi pensa di non esserlo ed invece lo è nel fare questa affermazione, nel distinguersi da chi non la pensa come lui, nell'etichettare razzista chi non condivide le sue posizioni. Anche perché, come detto, paradossalmente il vero non razzista dovrebbe dire che uomo e donna non sono uguali, che esistono i bianchi e i neri, che i gay non sono come gli eterosessuali, che un popolo rom e uno di lavoratori non possono coesistere, che esistono cioè infinite differenze.

Per non essere razzisti, occorre cioè riconoscere e adeguare ad un modello sociale comune le 'diverse razze'.