L'integrazione? Un diritto - e un dovere - umano

Quando non si riesce a perseguire un obiettivo, o è sbagliato l'obiettivo o è sbagliata la strada

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Considerazioni

Viviamo in un mondo globalizzato che grazie alla tecnologia e ai trasporti ha annullato ogni distanza. C'è stato un tempo in cui popolo diversi con lingue diverse, culture diverse e persino classificazioni antropologiche differenti non venivano mai - o quasi - in contatto se non in contesti espansivi e di colonizzazione. E questo è il motivo principale per cui in passato ogni diversità diventava un ostacolo insormontabile e un motivo di conflitto.

Ma quel tempo è finito, da molto. Oggi ci si sposta per lavoro, per turismo, per perseguire obiettivi culturali. In alcuni casi si scappa da territori fuori da ogni controllo e alla mercé dei signori della guerra o di crudeli e sanguinarie tirannie. Le classificazioni antropologiche si sono già mescolate mentre, incredibilmente, le culture locali e - soprattutto - religiose sono rimaste distinte. E, ancora oggi, quando diverse culture si incontrano si cade quasi inevitabilmente in un conflitto. L'incontro culturale diventa motivo di scontro, motivo di rivendicazione della propria superiorità o, ancora una volta, difesa dalla colonizzazione sia territoriale che culturale.

Dopo millenni di civiltà, è evidente, non abbiamo ancora imparato ad integrarci. Le prime situazioni che mi vengono in mente sono due: gli indiani d'America, che alla fine hanno dovuto perdere la propria cultura, la propria identità e persino vedere la propria classificazione antropologica tendere all'estinzione e le guerre di 'esportazione della democrazia' nel Medio Oriente. Alla fine cioè capita sempre che qualunque sia il motivo, fosse anche quello 'nobile' della democrazia, si finisce per avere una cultura che prevale sull'altra.

Qualcosa non va, è evidente. Qualcuno - vi svelo dopo di chi si tratta - ha detto che "il modello culturale multietnico è fallito". E io concordo. Si fanno guerre ideologiche che piacciono solo agli adulti e che non fanno l'interesse di nessuno, soprattutto dei minori. Già, pensiamo ai bambini: un bambino non nasce cristiano, non nasce islamico. Un bambino non nasce con in dotazione la lingua italiana o quella araba. Un bambino non nasce con il diritto di camminare a petto nudo ne con l'obbligo di indossare il burqa. Un bambino nasce con il diritto di giocare, di studiare e di crescere sereno assieme ad altri bambini in un contesto di valori etici e sociali oggettivi. Questo almeno dovrebbe essere, soprattutto in Italia. E se si viene in Italia con dei bambini, non c'è nulla di male se il bambino cresce in un contesto laico - l'Italia è uno stato laico, ndr - e parla come prima lingua l'italiano. Anzi, da questo punto di vista, anche l'Italia si sta evolvendo - ed integrando al mondo - insegnando nelle scuole l'inglese, ovvero una delle più diffuse lingue al mondo.Non c'è nulla di male se va a scuola con altri bambini e veste 'normalmente', senza paramenti obbligati da leggi religiose o altre forme di culto ma secondo dettami sociali nati e praticati in un contesto di rispetto dei diritti umani e dei minori. Al contrario, venire in Italia e impedire ai bambini di frequentare la scuola, fargli parlare come prima lingua una lingua non capita dalla maggior parte delle altre persone, farli vestire secondo tradizioni non comprese, è una sfida - nell'accezione negativa del termine - all'integrazione, un ostacolo che denota un amore verso la cultura di un paese che si è lasciato - o per scelta, o perché incapace di offrire un ambiente sicuro - maggiore di quello per i propri figli. Un genitore che ama i propri figli pensa prima di tutto al loro bene. Potrei capire se un paese obbligasse o forzasse ad una religione, ad un credo, a mutilazioni corporali o ad altri costumi contrari a diritti umani e principi etici oggettivamente condivisibili, ma non è sicuramente il caso in Italia, a parte il crocifisso nelle scuole per cui mi sono espresso tante volte.

Lo stesso qualcuno di sopra, candidato a Sindaco di Roma, dice nel suo programma (clicca qui per scoprire di chi stratta e leggere tutto il programma): "Non puoi pensare che per rispettare qualcuno devi consentirgli di fare quello che vuole. Se la tua cultura è contraria alle mie regole, al mio diritto, alla mia civiltà millenaria, o modifichi la tua cultura e lasci che davvero la Capitale possa accoglierti, offrendo e chiedendo rispetto, o non c'è posto per te. Chi non vorrà collaborare rifiutando di integrarsi, non potrà avere cittadinanza a Roma. Promuoveremo la vera integrazione sia per gli stranieri sia per i rom, affidando fondi alle scuole che sapranno tradurli in obiettivi concreti e non in assistenzialismo". Io sono perfettamente d'accordo, perché la vera integrazione si ottiene, banalmente, integrando e non disintegrando. Si pensi, per fare un esempio banale, alle mense: se in Italia il cibo a km 0 è quello 'mediterraneo', se una alimentazione completa include la carne, se gli allevamenti sostenibili di carne offrono anche carne suina, non si può pensare che una scuola possa farsi carico di mense vegane piuttosto che kocher o ancora senza animali impuri. E' economicamente insostenibile, crea disintegrazione in una delle attività che da sempre ha visto l'uomo riunirsi e spesso per credenze e superstizioni dei genitori che gli stessi bambini non hanno o si sono visti imposti. E se questo avviene in un argomento semplice e basilare come l'alimentazione, figuriamoci attorno a discorsi più profondi come la lingua o ancora il folklore. In altre parole: non c'è nessun motivo per farlo.

E poi a me piace essere pragmatico: vai in un paese come turista o per motivi culturali? Allora rispettalo, guardalo per come è e lascialo per come l'hai trovato. Vai in un paese per lavoro? E' una scelta, e come tale devi saperti adeguare a tutto, non solo allo stipendio. Vai in un paese perché scappi dal tuo? Beh, questo caso è ancora più semplice da gestire: la tua cultura ha portato il tuo paese ad essere insicuro o una sanguinaria tirannia, vieni qui per essere tutelato e difeso ma poi vuoi che ci si adatti al paese da cui scappi? Non riesco a concepire pensiero più stupido.

E poi, vorrei capire una cosa: io nasco nel mio paese, ho le mie idee, la mia etica. Posso trovare sbagliata una legge ma questo non basta per pretendere un trattamento diverso. Posso provare a fare politica, posso promuovere iniziative popolari, posso appellarmi ad un tribunale internazionale o posso banalmente aprire un sito - come questo - e dire la mia sperando che altri leggano e condividano. La vera integrazione si ha quando anche lo straniero viene nel mio paese ed ha a disposizione i miei stessi mezzi. Non è pensabile che se vieni da fuori puoi avere qualcosa di più o puoi viaggiare su una corsia preferenziale.

Se così non fosse, varrebbe la 'barzelletta' che leggevo ieri.

Un bambino chiede al padre: "Papà, cosa è il razzismo?". Il padre risponde: "Hai presente il tuo compagno di scuola Piero? Il padre è stato licenziato e non hanno più soldi per fare nulla, per questo Piero non viene in gita con te. Hai invece presente i genitori di Marco? Anche loro non hanno soldi ma per loro paga lo Stato. Questo, figlio mio, è il razzismo."

La vera integrazione sarà quando ci sarà una legge unica per tutti, quando ci saranno diritti uguali per tutti ed equi e quando ci libereremo di tare culturali come quella religiosa o dei vari credo anche falsamente etici. L'integrazione è una 'fusione', è vero, ma è una fusione che deve portare ad un modello unico non a modelli ibridi con 'etnie separate in casa'. E la fusione non è obbligatoriamente il raggiungimento di un compromesso culturale. La fusione può anche essere una condivisione di risorse e da una parte e un trasferimento culturale e sociale dall'altra. Quando uno straniero viene 'integrato' noi cambiamo tante cose: la densità di popolazione, le spese dello stato, le esigenze di servizi e con il mio modello di Lavoro Sostenibile cambierebbero anche le condizioni di lavoro. Il resto del cambiamento deve essere messo anche da chi arriva, sotto forma di buona volontà nell'abbracciare una cultura diversa, nel rispettare e difendere quella stessa cultura che è disposta a darti un ruolo nella sua società e che devi essere pronto ad accettare non solo quando si tratta di avere qualcosa, ma anche quando ti si chiede di fare la tua parte. Compresa qualche rinuncia!

Questa è integrazione.