Pensioni: la folle proposta di Boeri

La superficiale bellezza degli slogan contro il pericolo delle scelte scellerate

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Considerazioni

In questi giorni si parla, nemmeno tanto a dire il vero, della proposta del Presidente dell'INPS Tito Boeri sui tagli alle pensioni d'oro e ai vitalizi, bocciata a quanto pare dal Governo Renzi. A prescindere dai motivi della bocciatura, ho fatto qualche riflessione relativa alla proposta di Boeri anche in virtù del suo ruolo.

Partiamo dalla proposta in se, sintetizzando quanto reperito in rete:

- "reddito di cittadinanza" per gli over 55 disoccupati di 500€, da finanziare con il taglio alle "pensioni d'oro" e ai vitalizi per cariche elettive
- pensione anticipata a 63 anni con taglio del 10% dell'assegno

Leggendo un pò superficialmente la proposta di Tito Boeri, laureato alla Bocconi con master a New York e già docente di "Economia del lavoro" alla stessa prestigiosa università milanese, sembrerebbe tutto assolutamente ragionevole e in linea con le esigenze di oggi e con il ruolo dell'INPS. Ma la realtà è diversa dalle apparenze.

Innanzitutto è populistico parlare sia di "reddito di cittadinanza" ma anche di "pensioni d'oro", soprattutto se con la parola "oro" si fa riferimento esclusivamente all'ammontare dell'assegno pensionistico. Chi legge i miei articoli sa che non sono assolutamente fan del "reddito di cittadinanza", sin dalle premesse, cioè sin da quella presunzione del flusso di denaro necessario all'individuo per affermare il suo diritto di appartenenza alla società. Ma non è questo l'argomento di oggi.

Il vero problema sta nella natura di questa misura: un aiuto ad un target disagiato come i disoccupati over 55 è una misura assistenzialistica e non una misura di previdenza sociale, non è cioè una misura che riguarda cioè il lavoro prestato o eventuali difficoltà insormontabili ad accedere al lavoro. Questo aspetto, apparentemente marginale è invece un aspetto fondamentale e centrale in tutta la questione, perché da questo aspetto dipende ogni decisione attorno all'INPS e al sistema pensionistico. Un sistema pensionistico ideale dovrebbe funzionare in uno dei due modi seguenti:

- ogni lavoratore versa un contributo al sistema pensionistico che riceve indietro dilazionato in rate calcolate sulla base del versato e delle previsioni di aspettativa di vita media
- ogni lavoratore versa un contributo al sistema per il pagamento delle pensioni attuali e riceve, una volta andato in pensione, un assegno proporzionale al suo contributo al sistema

In entrambi, ammortizzate e spalmate le fluttuazioni del mercato, saremmo di fronte ad una "economia circolare" (nel primo caso differita, nel secondo caso diretta) del circuito dei lavoratori, secondo un modello "oggi lavori e versi, domani vai in pensione e riscuoti". Tuttavia, in questo modello, non c'è spazio per chi ha oggettive difficoltà ad accedere al lavoro - vedi inabili al lavoro - come non ce n'è per chi ha una storia lavorativa caratterizzata da contributi insufficienti per raggiungere un assegno pensionistico dignitoso, tale da soddisfare le esigenze minime.

Per questo motivo la previdenza sociale deve essere affiancata da una forma di assistenzialismo dello stato verso le categorie deboli: gli inabili al lavoro e chi ha una età troppo avanzata per lavorare ma che non dispone di una pensione sufficiente per vivere dignitosamente. Fermo restando che spesso la mera "quantificazione economica del disagio" non è una risposta sufficiente ai problemi, supponiamo di accontentarci di essa e quindi di individuare un assegno assistenziale da aggiungere alla eventuale pensione. Questo assegno non è parte di un sistema di costi e ricavi, ma essendo assistenziale è una spesa pura.

Occorre capire però che si tratta di situazioni oggettive e non altrimenti risolvibili: a chi ha una grave disabilità che compromette l'attività lavorativa, così come a chi ha una età avanzata, il mondo del lavoro è precluso irrimediabilmente, a prescindere da qualsivoglia azione di governo, e quindi è eticamente condivisibile che a farsi carico sia il mondo del lavoro, anche se - concetto che sarà ripreso anche dopo - non si capisce il perché a farsi carico debbano essere solo i lavoratori e non tutta la comunità. Ma essendo un tema delicato, possiamo anche supporre che una tale solidarietà sia prerogativa solo dei lavoratori.

Ma questo ragionamento non è estendibile ai problemi di natura sociale, quali ad esempio la disoccupazione. Se si carica anche questa voce di spesa sul sistema previdenziale, cosa si ottiene? Semplice: il collasso del sistema, essendo il problema la perfetta antitesi della soluzione. I soldi del circuito già vengono deviati per esigenze non di esclusivo carico del circuito stesso, figuriamoci se andiamo a considerare ulteriori voci, come appunto quelle assistenziali: l'effetto che si ottiene sarà pertanto a danno dell'intero mondo del lavoro. Un esempio su tutti è l'età lavorativa: per far fronte alle troppe spese dell'INPS, infatti, non si può fare altro che ritardare l'accesso alle pensioni riducendo gli importi delle stesse, non potendo agire sulle altre voci di spesa. Ma aumentando l'età pensionistica, si induce un blocco delle assunzioni per ricambio. Basti pensare che oggi in Italia ci sono 1.5 milioni di ragazzi tra i 20 e i 25 anni, cioè circa 0.3 milioni di nuovi posti di lavoro occorrenti ogni anno; ma il numero di persone in età prossima alla pensione supera 1.8 milioni, cioè 0.6 milioni l'anno; è facile dunque capire il grave impatto sull'occupazione che ha il ritardo nel pensionamento. Inoltre, riducendo gli assegni aumenta sempre più il numero di anziani con bisogni maggiori rispetto agli importi riceviti e quindi bisognosi, un domani, di un aiuto assistenziale. E se leghiamo questo circuito con la disoccupazione, ad ogni aumento della disoccupazione risponderà o un ritardo dell'età pensionabile o una riduzione dell'assegno pensionistico, portando appunto al collasso l'intero sistema.

Se invece si potesse epurare ogni aggravio sull'INPS delle misure assistenzialiste, allora si potrebbe arrivare quanto più possibile ad un modello ideale, magari in grado non solo di far anticipare l'età pensionistica ma anche di garantire pensioni più adeguate. D'altronde, maggiori pensioni vuol dire anche maggiori spese, e gli amanti del Reddito di Cittadinanza non potranno non concordare che questo porterebbe ad un aumento dei consumi.

La seconda considerazione riguarda le cosiddette "pensioni d'oro". Ma quando una pensione è d'oro? Se si pensa che una pensione d'oro è una qualunque pensione che superi un certo importo, magari 3.000€ al mese, allora siamo molto lontani dal concordare. Perché una meritata pensione alta non è un lusso, è un risultato. Allora serve definire i giusti criteri per determinare una pensione d'oro. E in questo ci aiuta ancora il sistema ideale, che di fatto non lascia dubbi sul fatto che l'unico criterio valido è l'effettiva contribuzione al sistema stesso. E allora una pensione d'oro non può che essere una qualunque pensione che non rispetta una equa proporzione al contributo del beneficiario e che rispetto al risultato di tale calcolo è superiore. Va dunque definito un criterio univoco di calcolo e va applicato a tutti. Se questo calcolo applicato ad una pensione di 10.000€ desse diritto a 2.000€, allora siamo davanti ad una pensione d'oro. Se questo calcolo applicato ad una pensione da 1.000€ desse diritto a 200€, allora saremmo davanti ad una pensione d'oro. Se questo calcolo applicato ad una pensione da 3.000€ desse diritto a 4.000€, allora siamo davanti ad un lavoratore che non percepisce una giusta pensione e che avrebbe diritto ad un aumento della stessa. Dunque, la vera misura rivoluzionaria per le pensioni sarebbe quella di definire un criterio univoco di calcolo e applicarlo, per capire chi prende più e chi meno rispetto a quanto avrebbe realmente diritto e per far convergere la situazione attuale a quella equa in un arco temporale congruo, ad esempio 5 anni.

Questo aspetto non è marginale, perché andando a toccare pensioni alte ma meritate di fatto si introduce un concetto che alla lunga distanza diventa estremamente pericoloso, e cioè la sacrificabilità dei diritti dei lavoratori per far fronte ad altre esigenze. Non che esistano diritti irrevocabili - basti pensare alla libertà individuale e alle pene detentive - ma è grave pensare che l'assistenzialismo dello stato debba essere un costo ad esclusivo carico dei lavoratori, andando ad aggredire i loro diritti. Lo stato deve sicuramente garantire l'assistenzialismo, ma nel farlo deve attingere ad ogni risorsa. Per questo motivo la parte assistenzialista, soprattutto quella relativa alla disoccupazione, va scorporata dalla parte pensionistica e deve ricadere sulla fiscalità dello stato, deve cioè essere una voce di costo coperta dal gettito fiscale, dalle tasse.

In questa logica entra pure il discorso dei vitalizi: i vitalizi sono riconoscimenti a fronte di particolari meriti. Questi non possono e non devono essere riconosciuti dal sistema previdenziale, ma devono essere riconosciuti dallo Stato e nemmeno come assistenzialismo, se non è questo lo scopo degli stessi. Devono essere cioè ulteriori costi a carico dello stato e come tali possono essere soggetti a tagli, se necessario, e sicuramente devono afferire ad un'area diversa da quella della previdenza sociale, che deve avere come unico scopo - con le già citate eccezioni - quello di garantire le esigenze di chi esce dal mondo del lavoro, sulla base di quanto ha dato al mondo del lavoro. Sia chiaro che in caso di necessità nessuno impedisce di agire sulle erogazioni INPS, ma se questo viene fatto deve essere fatto in modo onesto e pulito, non aggravando l'INPS di oneri non suoi ma tassando le pensioni e dando evidenza ai pensionati di quanto, ancora, partecipano alle esigenze del paese.

Per quanto riguarda invece la proposta di pensione anticipata con riduzione dell'assegno, dobbiamo fare uso di tutto quanto detto finora: se epurassimo l'INPS dai costi di assistenzialismo, quale sarebbe il giusto calcolo delle pensioni? Arriveremmo ancora a sostenere che serve mandare in pensione a non meno di 67 anni e con una pensione che corrisponde, in caso di crescita degli stipendi in linea con la media nazionale, pari a circa il 65% dell'ultimo stipendio? Togliendo voci di spesa non inerenti all'INPS, mi sembra evidente che o si abbasserebbe l'età pensionabile o si alzerebbe l'assegno pensionistico. Probabilmente entrambi. E sicuramente, volendo anticipare l'età pensionistica non sarebbe necessario un taglio rispetto al calcolo attuale, ma potremmo paradossalmente assistere ad un aumento. Un meritato aumento a vantaggio di chi ha contribuito alla collettività giorno per giorno e per diversi decenni.

Insomma, Tito Boeri dall'alto della sua preparazione doveva a mio avviso chiedere che l'INPS tornasse a fare il suo ruolo, la "previdenza sociale". Doveva proporre un piano di rientro per l'erogazione uniforme degli assegni pensionistici e sicuramente non doveva suggerire letali aggravi di spesa sull'INPS che hanno un insano e insolito tono propagandistico; non mi spiego altrimenti perché una persona della sua esperienza possa proporre una misura fallimentare di questa portata.

Sulle motivazioni del no alla proposta, invece, non le conosco e non mi esprimo. Sicuramente c'è rammarico per quanto riguarda la possibile riduzione dei vitalizi e per quanto riguarda la possibilità di riconoscere e rivedere le cosiddette pensioni d'oro, ma resta un sospiro di sollievo sul fatto che non sia passata una misura che avrebbe dato il colpo di grazia all'INPS e avrebbe decretato, tra le righe, che sono come sempre i lavoratori gli unici che devono pagare i costi dello stato.